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Se le città diventano tutte uguali

“Gentifrication. Tutte le città come Disneyland?” il saggio di Giovanni Semi, (che insegna Sociologia delle Culture Urbane a Torino) pubblicato da Il Mulino nel 2015, affronta un fenomeno che in maggior o minor parte abbiamo visto tutti nelle nostre città, ovvero la mutazione, il cambiamento di interi quartieri, spesso in precedenza degradati, che nella maggior parte dei casi diventano luoghi abitati e vissuti da studenti (laddove ci siano poli universitari), artisti, intellettuali e la cosiddetta classe media istruita e che lavora nel terziario e/o nel mondo creativo. Gentrification è una parola inventata da Ruth Glass nel 1964 perché, se in Italia il fenomeno è relativamente recente, negli Stati Uniti, come in Inghilterra (campo di studi della Glass) non lo è affatto. Addirittura Semi parla di gentrification anche per la Parigi rimodellata da Haussmann tra il 1853 e il 1870 sotto Napoleone III.

Il libro si compone di 5 capitoli (e una Conclusione) esplicati in singoli paragrafi: Una piccola storia della gentrification; Mattoni, capitali e politica; Aperitivi, capitali e cultura; I protagonisti della gentrification; Il caso italiano.

Semi nell’introduzione al suo saggio definisce la gentrification come “la conquista di un territorio urbano da parte di un gruppo di persone differenti per posizione di classe rispetto agli abitanti precedenti”. E aggiunge che quell’area urbana “diventa più costosa e dunque più esclusiva”. Perché se all’inizio può non esser così, si viene appunto attratti dal carattere del quartiere e dagli affitti bassi, diventando di moda questo diventa anche più costoso. Ne consegue, nella maggior parte dei casi, l’espulsione degli abitanti storici e la sparizione delle botteghe artigianali in favore di grandi catene, negozi bio, studi di architetti, gallerie etc etc.   In questo contesto come si inserisce l’azione pubblica? Spesso gli amministratori operano la riqualificazione di interi quartieri in parte per combattere il degrado, in parte per rendere attrattiva la città che magari (come nel caso di Torino) ha perso la sua fortissima connotazione industriale e deve reinventarsi un futuro; in altri anche calcolando i guadagni possibili su licenze commerciali e tasse. Un ruolo importante nel meccanismo al rialzo dei prezzi è giocato, gioco forza, dagli immobiliaristi, dai costruttori e dagli agenti immobiliari. Che però, a onor del vero, spesso fan meno affari di quanto si sospetterebbe. Scrive Semi: “Il tempo che passa tra la fase di progettazione e quella di realizzazione può anche essere di anni. E anche quando si accorgono con un certo anticipo che la domanda sta mutando, hanno ovvi problemi a correggere la produzione (….) I costruttori agiscono poi in un settore che è ciclico per sua natura e dove, quantomeno da città dominate dal mercato, è difficile per chiunque imporsi come monopolista”. Detto ciò ogni realtà urbana fa caso a sé e resta il fatto che “gli imprenditori edili sono stati lo strumento di una condivisa politica urbana di progressiva costruzione e ricostruzione spaziale” e che una posizione rilevante è costituita dalla new build gentrification ovvero la costruzione di interi quartieri (come a Milano) e non si interviene con ristrutturazioni di edifici già esistenti.

L’analisi di Semi è dettagliatissima e si rifà sovente a studi precedenti e, pur nel discorso unitario, tratta singoli casi. Nel sostenere per esempio la tesi che quasi sempre i nuovi arrivi di popolazione diversa in un quartiere finiscono con l’espellere gli abitanti precedenti (non più in grado di sostenere le spese di affitti e negozi aumentati oppure perché non si ritrovano nel nuovo “stile di vita”), rammenta tuttavia come si tratti anche di corsi e ricorsi, ben esplicandolo nel caso di Brooklyn, dove la classe media creativa bianca ha espulso i creativi neri afroamericani che però a sua volta avevano allontanato i precedenti italiani ed ebrei.

In questa sede va a sé che l’attenzione si pone sull’ultimo capitolo, Il caso italiano e sulle Conclusioni. Per ciò che è avvenuto in Italia in tempi relativamente recenti, Semi si concentra su Genova, Milano, Roma e Torino e su come si sia esplicata la gentrification, e con quali modalità a seconda dei casi, parecchio diversi gli uni dagli altri (Milano ha visto la costruzione vera e propria di interi quartieri, Torino e Genova più la riqualificazione di aree del centro storico e Roma un’esperienza mista).

Nelle Conclusioni Semi affronta due argomenti: che cosa fare se si è policy-maker e che cosa se si è cittadini quali poi son quelli di oggi ovvero “ una gran parte delle famiglie italiane non ha bisogno di case più grandi ma di una maggiore offerta di case moderne con dimensioni contenute, per le nuove famiglie di giovani a reddito medio-basso che spesso non riescono a formarsi o perdono occasioni di lavoro proprio per la scarsità di abitazioni disponibili sul mercato”. Perché appunto la politica e quindi l’offerta di edilizia dovrebbe seguire le necessità dei cittadini: “Una nuova stagione di politiche per la casa non passa necessariamente attraverso l’ulteriore consumo di suolo o nuove edificazioni, anzi. Una popolazione relativamente stabile come quella italiana, che mostra semmai una crescita nel numero delle famiglie e una diminuzione della loro ampiezza, chiede un forte ripensamento sull’uso attuale del patrimonio abitativo, pubblico privato. La forbice tra l’aumento degli sfratti e l’aumento di alloggi sfitti nelle nostre città costituisce uno tra gli esempi più intollerabili delle diseguaglianze urbane contemporanee e la risposta non può essere nella suburbanizzazione del disagio abitativo. Tutto ciò, a maggior ragione, se una parte considerevole dello stock abitativo delle principali città italiane, costruito nel periodo del boom economico, sta giungendo alla fine del proprio ciclo vitale e necessita di ingenti attenzioni e investimenti negli anni a venire”. Semi rammenta poi che cosa si era fatto nel 1969-1973 da parte della giunta comunale di Bologna che mise mano al piano regolatore avendo due obiettivi: il risanamento del centro storico (attraverso acquisizioni pubbliche e convenzioni) ed evitare lo spostamento di popolazione in seguito al risanamento ovvero la gentrification. Oggi si comincia in effetti da parte degli amministratori a porsi il problema. Lo han fatto negli scorsi anni a Parigi (adottando la pratica di affitti calmierati nelle zone centrali della città) e lo sta pensando il sindaco di Firenze, Dario Nardella, rispetto e medesime motivazioni ovvero la scomparsa di uno strato di popolazione e di artigiani dal centro cittadino. Si rischia però, laddove davvero la popolazione non possa essere mista, di creare quelle che Semi definisce “tettoniche sociali” ovvero quelle realtà che esistono ad esempio a Londra dove a pochissimi isolati di distanza si trovano persone che vivono in modo completamente diverso e non si incontrano mai, quasi come se esistesse un vero e proprio muro tra una strada e l’altra.

Come si possono organizzare invece i cittadini? La strada pare essere solo quella della costruzione di una consapevole diffusa identità locale come antidoto a forme di cambiamento provenienti dall’esterno. E tuttavia pur questo è difficile perché le visioni di chi abita in un certo quartiere possono essere alternative se non in contraddizione.