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Cultura: un settore da sostenere e da rinnovare

Nel numero di marzo 2021 della Rivista Aggiornamenti Sociali pubblica un editoriale “corale” dal titolo “Cultura: perché è un investimento indispensabile?” sullo stato di crisi del settore, uno dei più colpiti dalla pandemia, e sulle strategie per il suo rinnovamento.

La pandemia è allora l’opportunità per riscoprire la cultura non solo come asset cruciale nel quale il nostro Paese ha tradizionalmente un vantaggio competitivo, ma come strumento di coesione sociale per le persone e i territori, prezioso per conoscersi e riconoscersi, per dare un senso condiviso a quanto si vive e generare visioni di futuro. Ma perché questo scenario possa avverarsi, il settore della cultura ha bisogno di essere sostenuto e accompagnato in un percorso di rinnovamento. Oltre a quella di sopravvivere, dovrà necessariamente affrontare la sfida di cambiare, per potersi ritrovare in sintonia con una società e un mondo che sono già diversi e lo saranno ulteriormente”.

In questo scenario, dove i fondi in arrivo dall’Europa rappresentano un’opportunità troppo preziosa per poterla sprecare, Aggiornamenti Sociali ha chiesto il contributo di persone che, a vario titolo e con modalità diverse, sono attivamente coinvolte nei processi di evoluzione del settore della cultura in Italia.

Cultura: un settore da sostenere e da rinnovare

di Flavia Piccoli Nardelli

Storicizzare un periodo, pur breve come quello appena trascorso, può aiutarci nella riflessione. È passato circa un anno dall’inizio del primo lockdown, durante il quale è cambiato in modo profondo – credo irreversibile – il mondo della cultura e il rapporto delle istituzioni e dei cittadini con le diverse filiere che lo animano.

A febbraio 2020, tra i temi in discussione nella Commissione Cultura della Camera dei deputati vi erano un nuovo decreto del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo (MIBACT) sul turismo culturale nelle grandi città e sulla tutela del tessuto urbano, trasformato dalla crescita dei bed & breakfast (B&B) e svuotato dalle attività tradizionali; lo sviluppo delle imprese culturali e creative, presenti in molti Paesi europei e ancora insufficienti nel nostro; l’adeguamento degli organici degli Archivi di Stato, per non pregiudicarne il regolare funzionamento. Si discuteva animatamente anche delle università telematiche e della possibilità che alcuni insegnamenti di pedagogia e di psicologia si svolgessero a distanza.

Tutto è stato travolto dalla pandemia. Dopo poche settimane, non si parlava più di B&B, se non per la crisi del turismo per le città d’arte deserte; non si parlava più delle università telematiche, perché in qualche modo lo erano diventate tutte. Nel giro di poche ore, il lockdown ha fermato l’offerta culturale in tutto il Paese: sospesi eventi, manifestazioni, spettacoli dal vivo e cinematografici; chiusi i luoghi tradizionali della cultura e della formazione, come librerie, biblioteche, archivi, istituti culturali, scuole e università, e quelli della cultura dal basso, che hanno contribuito a rigenerare le nostre città.

 

Un settore fragile e strategico

Questi mesi hanno messo in luce insidie e difficoltà. Hanno evidenziato fragilità esistenti e creato fratture sociali che dobbiamo rimarginare, nella consapevolezza che sono coinvolti ambiti distinti e interdipendenti (beni culturali, scuola, università e ricerca, lavoro, politiche sociali, turismo).

Nella programmazione delle politiche culturali bisogna chiedersi: quale mondo emergerà da questa esperienza? Di che cosa parliamo oggi quando ci riferiamo alla cultura? Quale può essere il futuro? Sono domande ineludibili per l’Italia, che ha nella cultura una leva strategica per la sua ripartenza, non solo a livello economico, ma di coesione sociale per le persone e i territori. Ma perché ciò possa avvenire, oltre agli investimenti indispensabili sarà necessario favorire e accompagnare un rinnovamento del sistema culturale e formativo nazionale.

La pandemia ha svelato la fragilità non solo dei settori, ma anche dei modelli di cultura e di formazione che conoscevamo, rendendone evidenti anomalie e incongruenze e costringendoci a prendere atto che il sistema della cultura e della formazione, così come era strutturato, non regge più.

Vanno cercati modelli operativi e nuove strade, che richiedono forti interventi istituzionali, coordinati e integrati con politiche sociali e investimenti in infrastrutture strategiche per il Paese.

Un solo esempio: durante il lockdown la scuola ha dovuto proseguire l’attività attraverso la didattica a distanza (DAD). Nonostante il fondo di 1 miliardo stanziato per l’informatizzazione del sistema scolastico già dalla L. n. 107/2015 (la cosiddetta “Buona scuola”), una parte del mondo della scuola si è trovata in forte difficoltà a svolgere la DAD, perché in molte le zone del Paese la connessione è insufficiente e molte famiglie non sono in grado di dotare i propri figli di strumenti adeguati. I recenti dati dell’istituto di ricerche di mercato IPSOS mostrano che con la DAD su 8 milioni di alunni, dalla scuola materna alla secondaria di secondo grado, circa 850mila non sono riusciti a seguire le lezioni scolastiche. È un fenomeno di dispersione scolastica impressionante, che peserà sulla vita dei ragazzi e sul futuro dell’Italia. Il Ministero dell’istruzione (MI) e quello dell’università e della ricerca (MUR) sono intervenuti a sostegno di scuole, docenti e studenti privi degli strumenti necessari, ma solo gli interventi strutturali per la diffusione della banda larga in tutto il Paese e per l’educazione digitale potranno annullare i gap fra territori, scuole e studenti.

 

La complessità degli interventi di sostegno

La logica di sinergia di intervento su diversi piani e materie ha improntato tutti gli interventi istituzionali messi in atto in questi mesi, ispirati dalla duplice e contemporanea necessità di dare risposte e ristori immediati agli operatori e ai luoghi della cultura e della formazione e, allo stesso tempo, di favorire nuove idee e nuovi modelli operativi per la ripresa.

Anzitutto, sono stati istituiti due fondi. Il primo ai sensi dell’art. 89 del D.L. n. 18/2020, noto come “Cura Italia”; il secondo ai sensi dell’art. 183 del cosiddetto decreto “Rilancio” (D.L. n. 34/2020). Questi fondi, rifinanziati dai successivi Decreti legge, hanno destinato ai vari settori del mondo della cultura circa 1 miliardo di euro, per consentirne la sopravvivenza. La sfida è stata ed è complicata, innanzitutto poiché molteplici sono gli orizzonti temporali da considerare: occorreva rispondere a bisogni immediati e urgenti, ma anche pensare a misure di medio-lungo periodo, per assicurare una ripartenza. Le difficoltà di sostenere il mondo della cultura riguardano poi anche i destinatari: si tratta di filiere e operatori con caratteristiche, forme giuridiche e strutture organizzative molto diverse tra loro, dato che ne fanno parte autori, artisti, interpreti, esecutori, editoria, sale cinematografiche, teatri, musei, stagioni musicali, istituzioni culturali, nuove imprese culturali e creative.

Durante il secondo lockdown inoltre la situazione si è ulteriormente modificata e alcuni aspetti critici hanno reso più complesso, ma anche sfidante, cercare le soluzioni ai problemi che via via si sono manifestati, aprendo opportunità di intervento all’inizio non prevedibili. Ad esempio, mesi di lockdown hanno visto crescere la domanda di consumi culturali.

Grazie alla maggiore disponibilità di tempo libero e alle strategie digitali, che hanno sopperito alla impossibilità di fruire dal vivo dei luoghi e degli eventi, si è allargata la platea di nuovi pubblici, che hanno avuto un primo momento di scoperta e di sperimentazione della produzione culturale italiana e internazionale. Allo stesso modo, nella scuola, gli insegnanti hanno affinato la loro preparazione e hanno trasformato la DAD in didattica integrata.

Ora, s’impone la formazione di nuove competenze e nuove modalità di reclutamento. Nei beni culturali, il legame fra i diversi settori (dalla cultura all’uso delle piattaforme digitali) si accentua sempre più. La contaminazione tra i generi diventa così uno dei fenomeni più interessanti e promettenti per il futuro della cultura italiana. L’offerta presente sulle piattaforme è cresciuta in modo esponenziale, sia pure con livelli qualitativi differenti.

La filiera del libro e della lettura è riuscita a mantenere il proprio fatturato, riconfermando la caratteristica di bene anticiclico. Aver consentito che le librerie rimanessero aperte e gli effetti della legge per la promozione e il sostegno della lettura hanno reso l’Italia un esempio per gli altri Paesi europei.

Un livello importante di complessità hanno poi avuto lo studio e l’elaborazione delle misure a sostegno dei lavoratori dello spettacolo. I settori dell’arte e della cultura rappresentano nell’Unione Europea circa il 3,8% dell’occupazione totale, più di 8 milioni di persone, per un terzo lavoratori autonomi. Si tratta di numerosi professionisti, che hanno perso o rischiano di perdere il lavoro o hanno visto ridursi ore e compensi, senza sapere se e come vi potrà essere un recupero. Le Commissioni Cultura e Lavoro della Camera stanno svolgendo un’indagine conoscitiva sul mondo del lavoro nel settore dello spettacolo, da cui sta emergendo che il sistema delle tutele e dei contratti di lavoro va ripensato e ora si presenta l’opportunità per farlo.

Nella prospettiva della ripartenza e del rinnovamento assume un ruolo cruciale il tema dei finanziamenti alla cultura. Esistono già alcuni modelli, introdotti nella scorsa legislatura: l’“Art bonus” per costruire un rapporto virtuoso tra risorse pubbliche e risorse private; la “18app”, il buono che i neomaggiorenni possono spendere in prodotti culturali; il “Bonus” per i docenti con finalità analoghe; la creazione di un fondo dedicato di 50 milioni di euro dove far convergere finanziamenti pubblici e privati a sostegno della tutela e valorizzazione del nostro patrimonio culturale; le diverse formule di credito d’imposta riconosciute ai settori culturali. Sono tutti provvedimenti rodati, semplici da applicare e che consentono di modulare gli interventi di fronte a un’emergenza che non è finita e il cui esito andrà valutato momento per momento. La Commissione cultura della Camera sta esaminando anche altre proposte in merito, prima tra tutte quella di una ampia defiscalizzazione per i consumi culturali.

 

L’opportunità dei fondi europei per cambiare prospettiva

Il Parlamento è impegnato ora su un tema di straordinaria importanza: disegnare il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), in cui si deciderà il futuro prossimo del mondo della cultura, della scuola e dell’università.

Digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica e inclusione sociale sono i tre obiettivi indicati dalla Commissione europea, che ha individuato anche alcune priorità trasversali: aumentare la quantità e la qualità dell’occupazione femminile, migliorare le prospettive di lavoro per i giovani e rafforzare i territori, in particolare al Sud, con interventi infrastrutturali.

La Commissione Cultura ha ascoltato molti soggetti, che hanno proposto spunti significativi su come intercettare risorse per ottenere il necessario adeguamento delle competenze digitali, potenziare nuovi strumenti organizzativi e modelli di lavoro. Emerge l’importanza di progettare tenendo conto dei ritorni che le diverse competenze potranno assicurare in termini educativi, sociali ed economici e di creare poli territoriali per incrementare la produttività, l’inclusione sociale e la sostenibilità ambientale.

Avvertiamo il cambio di prospettiva che il PNRR ci impone: condividere potenzialità e risorse; far fronte alla pandemia mettendo in comune le ricerche e garantire forme di responsabilità collettiva. La crisi attuale può essere l’occasione di modificare la nostra idea di fruizione culturale rispetto alle filiere tradizionali dell’apprendimento. Occorre ripensare in modo virtuoso modelli più flessibili e decentrati, costruire nuove alleanze tra cultura e rivoluzione digitale, investire sui nuovi mestieri che si propongono. Sarà importante promuovere congiuntamente valorizzazione del patrimonio materiale e immateriale e coesione sociale per generare cultura inclusiva, che produca sviluppo sostenibile, orientato alla promozione e alla crescita delle persone, all’assunzione del legame tra generazioni presenti e future.

Riconoscere spazi alle digital humanities, cogliere le trasformazioni in un sistema in rapida mutazione, significa trasformare i problemi in opportunità e superare difese del passato sempre più vane.